Un giorno qualunque, un giorno qualsiasi nella piccola dimora del giovane Orpheo. Era l'alba, ma la madre già da tempo era in piedi impegnata in ogni genere di faccenda ed Orpheo non fece altro che abbozzare un sorriso, di gioia ovviamente nel vedere la madre indaffarata, come ogni mattina d'altronde. Si era alzato lentamente e lentamente fece poi colazione, ma ormai la decisione nella notte era stata presa: egli doveva partire, lasciare Itaca dunque e raggiungere Atene, terra di uomini straordinari e dalla forza inimmaginabile, capaci coi loro miracoli di salvaguardare i propri cari. Un sentimento egoistico, ma chi non l'ha a questo mondo? Ancora però aveva affrontato il discorso con la madre, anche se in lei qualcosa era mutato quel giorno come se già sapesse ogni cosa. S'accarezzo il crine castano, mentre invece gli occhi brillavano d'un verde opaco quella mattina e rispecchiava la tristezza del suo animo nel dovere abbandonare la sua patria.
«Madre... madre ascoltami ti prego. Devo partire, devo andare per la mia strada: il mio destino è ormai segnato.»
Una lacrima sul suo volto nel dire cotali parole, mentre la madre iniziò a piangere già conscia della decisione del figlio su cui aveva vegliato e a cui aveva contribuito nella crescita. Non una parola, non un sospiro ma solo pianto stringendo a sè il proprio bambino ormai divenuto uomo, già sapendo dunque che ogni tentativo di farlo rinvenire sarebbe stato vano, inutile perchè in egli vi era la stessa testardaggine del padre ormai defunto. Gli porse un armatura in cuoio, la stessa del padre, da mettere a protezione del busto e gli porse la spada di suo padre come ricordo dello stesso. Un manto bianco e candido gli cinse sulle spalle per ripararlo dalle intemperie: pareva un principe tanto era bello. Pianse, pianse anche il giovane ma ormai la decisione era presa ed il destino segnato dalla scomparsa prematura d'un padre severo, ma affettuoso al contempo.
Va figlio mio e diventa uomo!
Queste le ultime parole della madre ad un figlio prima della partenza per poi svanire nuovamente nella casa che forse non avrebbe mai più visto tornare l'infante. Orpheo dunque prese con sè anche la vecchia lira intagliata nel legno e la portò con sè nel suo viaggio accompagnandosi con struggenti melodie, le medesime che rappresentavano il suo animo. Il giovane era dunque sensibile, forse anche troppo ad ogni cosa, ad ogni minimo accadimento e non aveva paura di nasconderlo, anzi faceva di tale sentimento la propria forza. Testardo e cocciuto come solo un mulo poteva essere manteneva ben saldi nella sua mente i propri pensieri e le proprie speranze conscio di poter assecondare ogni suo volere, ogni suo gesto. Per raggiungere Atene dunque si era deciso a prendere la via del mare, ma la sua famiglia non era ricca e dunque il viaggio non poteva permetterselo e decise dunque di imbarcarsi come mozzo, almeno l'avrebbe pagato col sudore della mano. Raggiunse il capitano di una nave mercantile e con fare gentile.
«Capitano, il nome mio è Orpheo e le voglio chiedere di portarmi ad Atene con la vostra nave: impegni impellenti m'attendono a destinazione.»
Il Capitano, un uomo sulla trentina, lo guardò con stupore in volto e subito gli chiese.
Ed io cosa ci guadagno nel farti salire a bordo?
Tipico di ogni mercante: trovare dunque un risvolto economico ad ogni azione ed Orpheo solerte, sapendo di non potersi pagare il viaggio con monete subito rispose.
«La pagherò col mio lavoro e gliel'assicuro, sarò lesto e mai mi riprenderà nel mio lavoro!»
Rimase ancora più stupito il capitano di tanto ardore giovanile e con un sorriso sul volto gli fece cenno di salire poichè al più presto l'ancora sarebbe stata levata e la destizione sarebbe stata Atene!
La nave era enorme agli occhi del ragazzo ed ebbe un attimo di tremore nel salire sulla stessa, quasi un sussulto poi nel vedere gli uomini che componevano l'equipaggio. Fece qualche respiro profondo prima di continuare a salire su quel piccolo ponte e passo dopo passo, in meno di un minuto si ritrovò a bordo. La lira venne imbracciata e subito una melodia venne suonata, struggente come dai suoi soli occhi permeava ed intanto pensava a quel giorno, quel giorno lontano in cui suo padre venne ucciso.
Se solo... se solo avessi avuto più forza, forse lui...
Pensava. Poi mentre con la mano pizzicava le corde del suo strumento egli s'avvio verso una cabina scortato dal Comandante ove altri come lui erano intenti ad ascoltare. Intanto la nave aveva iniziato a muoversi e dunque il viaggio era iniziato: Orpheo era triste, ma al contempo era felice, la sua avventura era ormai iniziata! |